Autodistruzioni nucleari

Ultimo contributo in vista della…Fine.

 

Collettivo “Un’Ambigua Utopia”

Nevil Shute

L’ultima spiaggia (On the Beach, 1957)

Nevil Shute (1899-1960), inglese di nascita ma australiano di adozione, fu romanziere di discreto successo internazionale, ma la sua fama è legata proprio a questo On the Beach, da cui fu tratto nel 1959 l’omonimo film di Stanley Kramer. Fama francamente un po’ sproporzionata all’effettivo valore dell’opera, sia nella versione letteraria che in quella cinematografica (almeno agli occhi dei più attenti cultori della fantascienza), e che trova un senso solo in virtù della sua collocazione storica, cioè nel clima di tensione della guerra fredda. Continue reading “Autodistruzioni nucleari”

Autodistruzioni nucleari nel cinema del secolo scorso

Penultimo contributo in vista de La fine dell’uomo, di Goffredo Fofi.

Autodistruzioni nucleari nel cinema del secolo scorso (dal 1951 al 1970)

Da: Cinema e fantascienza (Goffredo Fofi – Marcello Flores)

Quaderno A.I.A.C.E. n. 15, 1975 Torino

1951 Five, regia e sceneggiatura di Arch Oboler. L’atomica ha distrutto l’umanità, lasciando vivi quattro uomini e una donna. Alla fine, restano solo un maschio e una femmina per dar vita a un nuovo mondo. Il tema della fine del mondo per esplosione atomica si presenta per la prima volta sullo schermo, ma il film non sembra avere altri meriti. Continue reading “Autodistruzioni nucleari nel cinema del secolo scorso”

Quando la scienza conobbe il peccato

di Roberto Paura.

Nel novembre del 1947 al MIT di Boston, in una delle sue tante conferenze pubbliche che tenne dopo essere diventato lo scienziato più famoso del mondo, con la dovuta eccezione per Albert Einstein, J. Robert Oppenheimer pronunciò una frase divenuta famosa:

“In un senso crudo che non potrebbe essere cancellato da nessuna accezione volgare o umoristica, i fisici hanno conosciuto il peccato”.

Per un pubblico attento a cogliere qualsiasi potenziale riferimento a un pentimento che Oppenheimer volesse esprimere per i bombardamenti atomici di Hiroshima e Nagasaki, perpetrati con le bombe sviluppate a Los Alamos sotto la sua direzione, quelle parole dicevano tutto. Ma Oppenheimer non le pronunciò con grande attenzione, essendo quello solo un piccolo accenno al progetto Manhattan in una ben più ampia prolusione dedicata a riepilogare le grandi conquiste della fisica delle particelle, o fisica atomica, negli ultimi decenni. La frase divenne famosa, ma poco prima di morire lo scienziato volle precisarne il contenuto: il peccato non era stato quello dell’omicidio di massa, ma dell’orgoglio provato dai fisici nella costruzione della bomba.

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Cose oscure e inquietanti

Nuovamente le parole di Gennaro Fucile ci accompagnano nel countwdown verso il quarto appuntamento de la fine dell’uomo.

Quando On the Beach arrivò nelle sale cinematografiche, Alley Ravenstine aveva circa nove anni. Era il 1959. Il film di Stanley Kramer, che in Italia si intitolò L’ultima spiaggia, sfoggiava un cast di gran classe. Includeva Gregory Peck, Anthony Perkins, Fred Astaire e Ava Gardner, ma è un altro il motivo per cui Ravenstine se ne ricorda, citandolo nel suo ultimo disco, il concept album Waiting for the Bomb: la paura della bomba (“When I was a kid, we all lived in fear of the bomb”, così si aprono le note dell’album).
La pellicola di Kramer metteva in scena gli ultimi mesi dell’umanità prima dell’apocalisse nucleare e l’infanzia di Ravenstine e di milioni di suoi coetanei fu tutta all’ombra di quella minaccia spaventosa che si manifestava nel quotidiano con prove pratiche di evacuazione e fuga nei rifugi anti atomici: un incubo.

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Una vera bomba di romanzo

Il sesto dei contributi in attesa de “La fine dell’uomo vol. 04” è a firma Gennaro Fucile.

Scacciati dall’Eden, i nostri antenati biblici si ritrovarono su un pianeta privo dei privilegi del Giardino ma pur sempre vivibile, anche se per cavarsela c’era da rimboccarsi le maniche, sgobbare, sudare e partorire nel dolore. In ogni caso, niente di paragonabile a quello che, come novelli Adamo ed Eva, si ritrovano a vivere i protagonisti di H come Milano, l’allucinato romanzo di Emilio de’ Rossignoli, pubblicato nel 1965 da Longanesi e ora recuperato dagli archivi del passato da Meridiano Zero, costola editoriale di Odoya. Un giorno dopo ambientato a Milano, completamente rasa al suolo come probabilmente l’intera Terra in seguito a un’apocalisse nucleare e i due protagonisti scacciati da un quotidiano ordinario (lei commessa in una pasticceria del centro, lui non si sa, del passato del narratore non si viene a conoscere nulla). È una storia scritta ricorrendo a un linguaggio crudo, violento, coraggioso perché non concedeva la minima censura protettiva al lettore di allora, un pubblico non certo abituato a descrizioni, oggi etichettabili come splatter, all’epoca non impiegate di norma dagli scrittori di fantascienza.

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