La Lega tra liberismo e neoetnicismo.

di Primo Moroni

(in “Il de Martino”, Bollettino dell’Istituto Ernesto de martino per la conoscenza critica e la presenza alternativa del mondo popolare e proletario, Novara, n.2, 1993)

La crisi del sistema dei partiti e localismi

L’enorme sconvolgimento intervenuto nell’universo del lavoro, oltre a ridisegnare i confini simbolici degli “stili di vita”, ha dato luogo a nuove gerarchie e a nuove forme di cooperazione sociale che fanno del territorio in senso ampio una risorsa strategica. Oggi si può dire che la posizione stessa del territorio diventa un fattore strategico della produzione ovvero che “l’essere padano significa anche avere la possibilità di produrre meglio”. Appare quindi comprensibile che proprio in Lombardia si sia più interessati al fenomeno della progressiva crisi del tradizionale sistema dei partiti. Una crisi che è sintetizzabile nell’incapacità dei partiti stessi di “fare rappresentanza” degli interessi e degli universi culturali di una nuova “oligarchia nascente”. Ed è dentro a questo vuoto della rappresentanza che si è determinato il fenomeno leghista con tutti i suoi contorni contraddittori. È comunque sbagliato pensare che quelli che vengono definiti i “localismi politici” e i “localismi economici” siano caratteristiche peculiari all’Italia. In realtà processi consimili sono diffusi nella Repubblica Federale Tedesca, in alcuni cantoni svizzeri, in Austria e in alcune zone particolarmente sviluppate degli ex paesi socialisti (per esempio, l’Ungheria e la Slovenia). Quindi non sorprende che esistano a livello di Comunità Economica Europea dei progetti ormai operanti di macroregioni europee sovrannazionali che includono le aree geoeconomiche citate e che in esse si verifichino fenomeni politico-elettorali consimili al leghismo, che assumono frequentemente (per esempio nel Baden Wuttenberg e in alcuni land austriaci che hanno notevoli somiglianze con la struttura lombardo-veneta) delle colorazioni di estrema destra. Per cui si potrebbe paradossalmente affermare che, per alcuni aspetti, la “Lega Nord” è persino un contenitore di una spinta sociale che avrebbe connotati ancora più politicamente definiti.

Chi sono i leghisti

Un’approfondita ricerca del 1991, basata su centinaia di interviste in profondità e su migliaia di questionari compilati da operai iscritti alla CGIL, ha messo in luce che in molte fabbriche lombarde il 30-35% degli operai si è dichiarato disponibile a votare per la Lega Lombarda(1). Se quindi è vero che la Lega coagula una quota di voti di protesta popolari e proletari, è tuttavia indubbio che ciò che la rende forte è il suo essere forma di rappresentanza di un esteso e aggressivo ceto medio produttivo (oligarchia diffusa). Tanto è vero che al Congresso della Lega Nord la piccola e media impresa veniva assunta come “base sociale e civile contro l’inciviltà dei partiti” e considerata “la spina dorsale dell’economia italiana” (spina dorsale sarebbero appunto, secondo la Lega, i lavoratori autonomi, gli artigiani, i commercianti, i liberi professionisti, gli imprenditori individuali)(2). E indubbiamente gli esponenti leghisti hanno un buon polso sui loro votanti, come è stato confermato da approfondite ricerche sul loro universo elettorale, che si suddividerebbe percentualmente così: 16% di ceti medi di matrice urbana e industriale (piccoli imprenditori e lavoratori autonomi dell’artigianato e del commercio); 15% di borghesia industriale e terziaria cresciuta in questi anni nei ceti medi della provincia; 10%  di “rampanti” delle generazioni più giovani e quindi figli della piccola e media borghesia urbana e industriale, in buona parte ancora inseriti nell’esperienza degli studi; 13% di anziani prevalentemente maschi, con un marcato radicamento nella classe operaia e nel lavoro autonomo agricolo della pianura, con livelli di istruzione molto bassi, un forte legame con la tradizione cattolica e un orientamento politico sensibilmente piegato a destra; 42% di difficile definizione, raccolta sotto la dizione di “disincantati”, su cui occorrerebbero ricerche più approfondite(3). Comunque questa quota comprende sicuramente consistenti settori di classe operaia che praticano la “doppia appartenenza” (il sindacato in fabbrica e il voto alle Leghe nelle scadenze elettorali.(4). Ciò non deve stupire perché la Lega ha “rovesciato” e si è appropriata di alcune categorie storiche della sinistra, ponendo al primo posto valori come la professionalità, l’efficienza, la famiglia e l’ideologia del lavoro, cioè delle categorie che per un lungo periodo sono state il patrimonio della sinistra e del movimento operaio organizzato; del resto appartiene alla medesima memoria la valorizzazione delle culture popolari delle società locali(5) che i leghisti “usano” per restituire o legittimare i vissuti quotidiani dei loro elettori. Ma il leghismo riconduce questi substrati socioculturali della “sinistra” dentro un liberismo sfrenato e il mercato, sfociando nella piena accettazione della società e dell’economia capitalistica mentre, come è noto, sia la cultura del lavoro che il localismo non hanno sostanza senza la dimensione dell’antagonismo e del rifiuto del dominio del capitale (proprio ciò che le Leghe non vogliono e che ancora meno hanno mai voluto i cattolici)(6). Sarebbe fuorviante assegnare alla Lega il bagaglio ideologico-culturale della nuova destra radicale con il suo contorno neoetnico differenzialista e culturalista. Questa interessata falsificazione che vorrebbe spiegare l’emergere del leghismo con le categorie storiche-politiche proprie alla destra radicale, mentre caso mai i movimenti di destra vivono in modo concorrenziale l’emergere leghista, cercando di ritagliarsi all’interno di esso uno spazio di manovra approfittando di alcune non del tutto minoritarie componenti sociali della base leghista. Debolezze che la dirigenza leghista sembra però volere eliminare(7), rischiando consciamente una emorragia di voti sulla sua destra. D’altronde lo stesso Miglio (che è il più ambiguo in questa direzione) afferma che “quella lombarda appare come una popolazione poco incline a riconoscere e affermare la propria identità ed alla quale non resta altra scelta razionale disponibile che integrarsi nell’area e nella mentalità mittelleuropea”(8). Siamo quindi alle grandi regioni economiche sovranazionali, a progetti come Alpe Adria e simili, cioè all’Europa delle macroregioni. Nell’ipotesi leghista, la creazione di una macroregione produttiva nel nord del paese sarebbe un passo indispensabile per reggere il confronto con altre macroregioni economiche europee e, in questa direzione, non si vede la differenza tra la progettualità leghista e quella delle più raffinate dirigenze di Bruxelles o di alcuni statisti tedeschi, di cui Hans-Dietrich Genscher (ex ministro degli esteri e possibile futuro presidente della repubblica) è la punta di diamante quando afferma che l’Europa futura sarà certamente (e in parte è già) quella delle regioni economiche che si aggregheranno su processi economici affini:

“Nel duemila tutta la regione del Baltico, con la sola eccezione della Russia, farà probabilmente parte della CEE, e allora si formerà una vasta zona, che includerà la Germania del Nord ma anche gli stati scandinavi e la Polonia, con interessi comuni, che saranno diversi da quelli, diciamo, della Germania meridionale. Un’altra regione sarà quella che comprenderà la Renania, il Benelux e il nord della Francia. Una terza quella cui potrà appartenere la Baviera, l’Austria, l’Alsazia e l’Italia settentrionale, ecc. (…) Ci sono persone, specie in Italia, che quando parlano di regioni pensano a quelle oggi esistenti. Mentre io quando parlo di un Europa delle Regioni, mi riferisco ad entità che non tengono alcun conto delle frontiere nazionali: una zona industriale occidentale, una dell’Europa centrale, una delle Alpi. Per quanto riguarda l’Italia, io penso che la sua parte settentrionale scoprirà di avere molti più interessi in comune con la Germania meridionale che con l’Italia meridionale(9). “

Come si vede, l’unica differenza tra la tesi di Genscher e quelle leghiste sta nello “stile” con cui il progetto viene presentato. Una progettualità geopolitica così concepita pone seri problemi se rapportata alla decadenza della sfera della “sovranità”, così come si è formata e sedimentata nelle culture politiche dell’occidente. La dislocazione di un “altrove” indefinito della sovranità, cioè la sua perdita di confini identificabili, non può che determinare (assieme alla globalizzazione) il riemergere di antiche appartenenze etno-regionali, sia pure in larga parte o totalmente reinventate. È quindi comprensibile l’affermazione di Formentini al primo Congresso della Lega Nord che “il Governo dell’economia viene (debba venire, n.d.r.) affidato alle comunità nelle quali per etnia, tradizione, cultura, identità di interessi si riconoscono le popolazioni”, anche se poi questa affermazione appare difficilmente conciliabile con lo sfrenato neoliberismo leghista. Sicché l’impossibilità della sintesi tra liberismo ed etnocentrismo sta costringendo la dirigenza leghista a una progressiva minimizzazione delle componenti neoetniche e delle tendenze “separatiste” in senso stretto, per optare ancora più decisamente per la macroregionalizzazione europea, anche se tutto questo non eliminerà la tendenza strutturale a riconoscersi nel territorio locale e quindi si potranno verificare delle novità nell’universo leghista. Infatti se il liberismo leghista è anche il prodotto della caduta dell’idea di “trascendibilità del reale”, e delle ipotesi di trasformazione del sistema capitalistico, anche la sintesi che è stata in passato impossibile tra liberalismo ed etnocentrismo verrebbe a cadere, trasformandosi in sinergia necessaria:

“La pratica antiuniversalista, localista, etnocentrica in politica e l’accettazione totale di forme di liberismo spinto in economia, sarebbero quindi due aspetti speculari in cui l’assolutizzazione comunitaria del primo serve appunto a compensare gli effetti di straniamento e le sfide dell’identità generati dal secondo livello, secondo una logica che caratterizza le più recenti tendenze del capitalismo, in cui liberismo e iper-governo, mondializzazione e messa a valora della comunità si intrecciano e si alimentano a vicenda(10).”

In sostanza, l’aspirazione all’autogoverno delle regioni del nord sarebbe fondamentalmente il prodotto della necessità e della volontà dei nuovi ceti produttivi di integrarsi (mantenendo la propria “identità” local-regionale) al massimo livello della geopolitica più avanzata e realistica dell’Europa degli anni a venire e cioè della necessità e volontà di inserirsi nella tanto dibattuta e controversa questione dell’Europa “a due velocità” o “a cerchi concentrici”. Se i partiti storici borghesi e la stessa sinistra, istituzionale e non, sono stati sinora incapaci di cogliere queste esigenze, la destra radicale tenta invece di cavalcarle operandovi una torsione neoetnica. La progressiva regionalizzazione delle economie consente ambiguamente di ridisegnare e rileggere antiche appartenenze che, sorrette dai rinati vincoli familisti(11) indotti dal decentramento produttivo, attraverso suggestioni e falsificazioni, portano a sostenere la rinascita dell’autodeterminazione etnica e dentro a questa la ripresa di vigore della xenofobia di cui si vogliono interessatamente occultare le radici economiche che sono per larga parte inscritte nelle riterritorializzazioni dei processi produttivi e nella crisi e decadenza del Welfare e dello “stato sociale”, nella ferina concorrenza per l’accesso alle risorse o alla prestazione di servizi(12). Questo anche se la “deriva neoetnica” cerca di darsi spessore storico a partire da un “vissuto”, più o meno cosciente, che tiene presente i pericoli di possibili sovradeterminazioni esplicitate dalle destre radicali e istituzionali. È però stato giustamente notato che, rispetto al recupero di un concetto di “popolo” in chiave nazionale o federalistica di tipo ottocentesco,

la cesura è segnata dagli esiti della seconda guerra mondiale e dall’affermarsi generalizzato di un paradigma unilineare della modernizzazione; la sconfitta del fascismo e del nazismo, che aveva fissato in termini impresentabili l’equivalenza razza-nazione, respingono ai margini ogni discorso sulle etnie e il concetto di popolo (…) assume connotati sociali piuttosto che nazionali(13).

Ma il generico cosmopolitismo che ne è seguito – pur avendo  i suoi cantori nei grandi scrittori della “modernità”, ed avendo nel contempo una sua base storico-economica nell’affermata superiorità dello sviluppo tecnologico-industriale che avrebbe inesorabilmente demolito ogni forma di etnocentrismo arcaico – non teneva presente le profonde e squilibrate forme della diffusione industriale (e quindi le culture sociali che ne discendevano) che davano vita a gerarchie di reddito e a percezioni diverse del mondo all’interno degli stessi ambiti nazionali. Opportunità, squilibri e differenze che prima venivano “sfumate” dall’organizzazione verticale ed egualitaria della società fordista che le riassorbiva (o cercava di farlo) nelle forme della rappresentanza (di classe, di interessi, di ceto, ecc.) e che oggi riemerge prepotentemente e orizzontalmente, ridisegnando i confini di quegli stessi stili di vita che sono il prodotto del “posizionamento territoriale come fattore strategico del produrre”. Ed è per questa via, in concomitanza con la decadenza della società solidale(14) – che nella dialettica nazione-classe assicurava anche la metabolizzazione delle differenze insite nelle “culture popolari” – che i nuovi ceti medi produttivi recuperano e diffondono socialmente teorizzazioni e vissuti neoetnici e, in maniera più inquietante, tendenze al “razzismo differenzialista”, magari recuperando le teorizzazioni di Claude Lévi-Strauss(15) facenti perno non sulla gerarchia biologica nazifascista ma sulla salvaguardia della differenza culturale. Lo stile di vita e i livelli di benessere diventano, attraverso questa torsione, caratteristiche insite “naturalmente” nell’etnia, così ridisegnata, e non prodotti storicamente determinati(16). Questo nuovo razzismo “culturalista” mette in difficoltà l’intero universo delle culture antirazziste delle sinistre, che soprattutto negli ultimi anni hanno adottato il concetto della “differenza” tra i propri orizzonti di riferimento. La storica rivendicazione della sinistra, che optava per il diritto dei popoli (in specie quelli coloniali ed ex coloniali) a vivere e a “svilupparsi” secondo le proprie culture e il proprio stile di vita, che lottava quindi contro l’omologazione al modello occidentale, ha subito – a seguito dei processi di globalizzazione – una mutazione singolare, secondo cui la precedente “verticalità” basata sull’eguaglianza (per esempio, “sviluppato” e “non sviluppato”) lascia il posto a una “orizzontalità” che riconosce a tutti i gruppi (etnie e sessi) pari dignità e il diritto (la necessità?) di non mischiarsi. È per questa via che il differenzialismo viene fatto proprio dalla nuova destra e da altri movimenti sociali che elaborano una teoria di opposizione all’”imperialismo etnicida” (cioè alla mondializzazione). È quindi praticamente scomparso il razzismo basato sul “sangue e il suolo” per far posto all’insorgente razzismo differenzialista (forte soprattutto in Francia ma con ampie consonanze in Germania e in Gran Bretagna) che riconosce il  diritto di tutte le etnie di mantenere integra la propria identità culturale, ma afferma altresì che questo diritto non può essere salvaguardato se esistono più etnie sullo stesso territorio (europeo). Basti pensare a tutte le singolari preoccupazioni che attraversano gli organismi del “privato sociale” (laico o cattolico) nel loro volere difendere e preservare le differenze etno-culturali degli immigrati, e che al contrario occorrerebbe preservare in funzione del radioso futuro di una società multi-razziale. Discorso generoso ma privo di senso perché gli “immigrati” di tutti i “sud del mondo” nelle società occidentali producono piuttosto una “terza cultura”, che è il prodotto del ricordo di quella originaria, che viene “contaminata” con quella incontrata nei nuovi paesi di “accoglienza” (basti pensare ai “beurs” parigini o ai “rasta” londinesi). E mi sembra di poter dire che l’originalità e la forza espressiva di queste culture “diverse” risiede proprio in quella “contaminazione” e non in una preservazione museale delle origini che, laddove fosse possibile, si incrocerebbe con la teorizzazione della destra. Sostanzialmente il discorso della “nuova destra” dice le stesse cose che per anni ha sostenuto la “nuova sinistra” e le porta – almeno secondo Taguieff(17) – a una dignità formale mai raggiunta nella “nuova sinistra”.

Note

  1. Vedi Le passioni e gli interessi dei localismi lombardi, CGIL Lombardia – AASTER, 1991.
  2. Vedi Vittorio Moioli, Il tarlo delle Leghe, a cura dell’Associazione Culturale Antonio Gramsci, Trezzo sull’Adda, Edizioni Comedit 200. 1991. Il quale però nega che nel paradiso leghista ci sia posto per i lavoratori dipendenti.
  3. Vedi La Lega Lombarda, a cura di Roberto Mannheimer, Milano, Feltrinelli, 1992.
  4. Vedi, per esempio, Paolo Griseri, Nel paradiso del senatùr in “Il Manifesto”, Roma 8 novembre 1992.
  5. Si pensi a tutta l’attività dell’Istituto Ernesto de Martino che nelle culture delle classi popolari legge una relativa indipendenza e originalità rispetto alle culture dominanti borghesi e che, proprio per questo motivo, le ha quindi ritenute portatrici di un’istanza di per sé non omologabile al sistema dominante. In questa direzione si è svolto il lavoro di Gianni Bosio, Cesare Bermani, Sandro Portelli e di gran parte dell’Oral History italiana e internazionale. In una direzione non dissimile si è svolto il lavoro di Danilo Montaldi. Si ricordi inoltre che in Ernesto de Martino “la valorizzazione dell’economico, la valorizzazione del mondo del lavoro è ripresa in una prospettiva dal basso e antagonistica che si colloca in un altro versante rispetto all’esaltazione del lavoro sussunto al capitale operata nel corso del secolo e ancora oggi dalle diverse varianti del populismo lavorista” (vedi Pier Paolo Poggio, La Lega secondo natura in “Iter”, Milano, a. II, n.5-6, maggio-dicembre 1992, pp.153).
  6. Si veda, per esempio, la progettualità di Comunione e Liberazione che sulla “riscoperta” della cultura popolare e della difesa delle società locali aveva fatto un lungo percorso dalla metà degli anni Settanta in poi. Non è casuale che molte delle aree in cui si è verificato il successo della Lega siano le stesse dove era emersa Comunione e Liberazione.
  7. Nel recente Congresso della Lega Veneta Bossi ha fatto piazza pulita, non senza produrre sconcerto tra i presenti, dei sovraccarichi folkloristici di neoetnicità particolarmente presenti in quello spezzone della Lega Nord. Vedi Giovanna Pajetta, Sono finiti i tempi del “restemo veneti”. Bossi spiazza la Liga a Congresso in “Il Manifesto”, Roma, 8 novembre 1992.
  8. Gianfranco Miglio, Introduzione a La Lombardia moderna, Milano, Electa, 1989.
  9. Vedi Noi provincia d’Europa. Colloquio con Hans-Dietrich Genscher, a cura di Antonio Gambino in “L’Espresso”, Roma, 27 dicembre 1992.
  10. Dall’intervento di Pier Paolo Poggio al convegno “Ethnos e Demos” tenutosi a Milano alla Camera del lavoro il 28 e 29 gennaio 1993, citato liberamente in Marco Revelli, L’identità negata, Dove nasce la doppia faccia del Leghismo in “Il Manifesto”, Roma, 16 febbreio 1993.
  11. Il 20% delle famiglie italiane, per la quasi totalità residenti nel nord del paese, detiene l’82% dei titoli pubblici e il 71% delle attività finanziarie complessive delle famiglie e dispongono di almeno 50 milioni di liquidità corrente. La metà circa di queste famiglie risiede in città medie o grandi (oltre i 40.000 abitanti), ma un altro 38% risiede in piccoli centri (fino a 20.000 abitanti). Giuseppe Gario lo definisce lo “zoccolo duro” dei creditori dello Stato italiano e sottolinea che non necessariamente sono in possesso di un titolo di studio elevato. Un terzo dei titoli di Stato appartiene a famiglie con capofamiglia in condizione non professionale e un altro terzo è detenuto da famiglie con capofamiglia con la sola licenza elementare.
  12. A questo proposito si veda la incisiva griglia di lettura fornita da Guido Ortona, Principi economici e xenofobia, per un’analisi economica dell’efficacia delle politiche in materia di immigrazione in Immigrazione e diritti di cittadinanza. Roma, CNEL, Università Bocconi, Editalia, 1991.
  13. Pier Paolo Poggio, La Lega secondo natura, cit., p. 145.
  14. Vedi al proposito Lapo Berti, Sull’invisibilità del problema operaio nella società postindustriale in “Iter”, Milano, n.1, 1991.
  15. Vedi soprattutto a pp. 29-30 di Claude Lévi-Strauss, Razza e cultura in idem, Lo sguardo da lontano, Torino, Einaudi, 1984.
  16. D’altronde gli stessi concetti di “razza” e di “etnia” sono usati frequentemente in maniera disinvolta e superficiale. Le possibili definizioni di razza possono infatti essere ristrette a quattro grandi aree: il negroide o negro, il bianco arcaico o australoide, il caucasico o bianco, il mongoloide. È preferibile definire questi quattro grandi gruppi del genere umano come gruppi maggiori piuttosto che come razze, e definire gruppi etnici la varietà degli uomini che formano questo gruppi maggiori. D’altronde il termine “etnologia” ha subito negli ultimi duecento anni una quantità di modifiche interpretative da rendere ardua una sua definizione univoca. Vedi M.F. Ashley Montagu, La razza, analisi di un mito, Torino, Einaudi, 1966.
  17. Vedi in proposito Pierre-André Tanguieff, La force du préjugé. Essai sur le racisme et ses doubles Paris, La Découverte, 1987, idem, Les métamorphoses idéologiques du racisme et la crise de l’antiracisme in Idem (sous la dir. De), Face au racisme, 2. Analyses, hypothèses, perspectives. Paris, La Découverte, 1992.

Di Tanguieff in italiano sono usciti due soli brevi saggi: Razzismo e antirazzismo: modelli e paradossi in Aa.Vv., Razzismo e antirazzismo, Firenze, La Roccia di Erec, 1992; e Riflessioni sulla questione antirazzista in “Problemi del socialismo”, Roma, n. 2, 1991, pp. 15-31.